'Siete voi che scegliete il vostro soffrire'. Sentenza durissima, ma in definitiva che non posso non riconoscere altrimenti che vera. C'è uno scarto tra le cose e le risposte. La sofferenza è una risposta, non è nelle cose, ed è una risposta tanto più insidiosa, sleale, e, in definitiva, vincente, sopraffacente, nella misura in cui appare come l'unica. Quando la sofferenza appare, essa appare l'unica risposta nella misura in cui appare non come 'risposta' ma come 'fatto'. Dobbiamo non dimenticare pertanto che essa non è nelle cose, ma nel nostro modo di essere in relazione alle cose.
C'è qualcosa di esterno, qualcosa di invadente. E' difficile riuscire a non farsi contaminare dall'invadenza di forze esterne. E' difficile rialzarsi, dopo cadere, in contesti come quello di 'casa'. E' la 'realtà' che è poca in una 'casa'.
Ogni realtà che abbiamo, è volta a volta la nostra realtà; abbiamo quella. E ci sono realtà che nutrono di più e realtà che nutrono molto meno. Le seconde non sono necessariamente in difetto, ma allorchè avviene un evento disturbatore è molto più difficile trovarne uno ridestatore. Si sopravvive per anestesia, e non per iperestesia.
E invece possiamo vivere solo per iperestesia, nutrendoci, con stimolazioni determinanti provenienti da una realtà che volta a volta non possiamo fare a meno di volere, come terreno unico d'apprendimento, come infinito desiderio d'apprendimento, d'essere in cammino, in divenire, come le cose stesse sono...
La dimensione domestica sembra non partecipare del divenire cosmico. Sembra una monade esclusa al moto incessante di fluttuazione, un principato a statuto speciale contrassegnato dalla staticità, dall'eterno ritorno del banale. Latrati dalla cucina, vibrazioni di televisori, sciacquoni, porte che vengono aperte senza neanche bussare: anche la mia.
Ed ecco il travisamento: anestesia in luogo di iperestesia, con conseguente svuotamento della ricettività, che così è pronta ad accogliere solo e soprattutto i mantra più autodistruttivi.
Manca il nutrimento, la naturale partecipazione a una volontà di autoaccrescimento e di esperienza, di eventi che non vengono però più visti e desiderati come inveramento del tempo ordinario (che così sarebbe solo frammentarietà in attesa del prossimo Messia, che periodicamente appare, ma dura poco, ci se ne nutre più per curiosità che per esistenzialità: un Messia usa e getta...)
Si tratta di trovare una abitabilità nel quotidiano, in questo senso mi sono accostato alla pienezza del Chassidismo. Si tratta di fare propria la realtà, questa realtà e non altra, e di viverla con presenza. Ma fuggirne l'urticante invadenza con cui questa sfonda il nostro spazio, questo è compito degno di un Budda..
'In cammino verso il Buddismo'? Forse. Leggendo in questi giorni i libri di Giulio Cesare Giacobbe mi sono accorto di aver maturato negli scorsi mesi pensieri profondamente consonanti con quelli dell'illuminato. anche a me giunsero come illuminazioni, ma... non tennero, stabilmente, come pratica. ma i pilastri (incessante divenire di tutte le cose, non attaccamento, necessità di un lavoro sui pensieri cogliendoli sempre come 'propri' pensieri, e, in questo, come lavorabili, portare presenza nella realtà -soprattutto!!!- e, ultimo e piu complesso, ma, anche lui, sporadicamente ed indimenticabilmente sperimentato - amore universale) li conosco, e li conosco perchè li ho praticati, li ho pensati, li ho anche collegati, senza sapere che qualcuno -decisamente- più illuminato di me li avesse enunciati, concatenati, e praticati.
domenica 28 dicembre 2008
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