Ritrovo il piacere di una lettura notturna: Kerouac. Penso a quella che chiamava "L'innocenza della strada", e prima ancora dei suoi occhi. Occhi meravigliati, costantemente, del gioco del mondo che si svolge sempre dinnanzi a lui. Occhi entusiasti, gonfi di stupore, nel sentire costantemente ogni umano incontrato come una storia, come un plesso di vita, vita vissuta, intensa, autonoma, adulta, grande, forte. Incantamento, nel cogliere nel proprio prossimo sempre qualcosa di destinale, come già in un manifesta attaccato ad un albero o ad un traliccio, e sbiadito, non consunto dagli sguardi di pasanti invero affaccendati ed ignavi, bensì dallo scorrere dell'insensibile pioggia, dal meccanismo perfettamente oleato - e crudele - del tempo. Uno stupore che è bontà: tutto è bello così, il mondo ridiventa miracolo.
E ogni figura incontrata diventa un dono, una rivelazione che può essere fatta, che può condurre lontano, leggermi. In questo muoversi indistinto senza meta, ogni cosa viene letta senza uno scopo, ogni persona incontrata e poi lasciata,senza trattnerla; la mancanza di un fine rende possibile l'incontro con una maggiore purezza: la purezza di una parola che si può schiudere; che può riempire di commozione per il semplice fatto di esserci.
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"Adesso volevo dormire una giornata intera. Così andai all'YMCA per prendere una stanza; non ne avevano, e istintivamente vagai giù verso i binari ferroviari - e a Des Moines ce n'è un'infinità - e andai a finire in un malinconico vecchio albergo di terz'ordine accanto al deposito delle locomotive e passai una lunga giornata a dormire sopra un ampio letto bianco e duro e pulito con frasi sconce graffite sul muro accanto al mio guanciale e la malandata serranda gialla abbassata sopra il panorama fumoso dello scalo ferroviario. Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l'unico, chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero... Mi trovai lontano da casa, ossessionato e stanco del viaggio, in una misera camera d'albergo che non avevo mai vista, a sentire i sibili di vapore là fuori, e lo scricchiolare di vecchio legno della locanda, e dei passi al piano di sopra, e tutti quei suoni tristi; e guardavo l'alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Mi trovavo a metà strada attraverso l'America, alla linea divisoria fra l'Est della mia giovinezza e l'Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso."
Jack Kerouac, Sulla strada.
domenica 25 gennaio 2009
domenica 18 gennaio 2009
Sul concetto di rivelazione
Il concetto di rivelazione, nel senso che all'improvviso, con indicibile sicurezza e finezza, un qualcosa si fa visibile, udibile, un qualcosa che sconvolge e travolge, fin nel profondo, questo concetto descrive semplicemente il dato di fatto. Si ode, non si cerca; si prende, non si chiede a chi offre; come una folgore si accende un pensiero, per necessità, in una forma priva di tentennamenti - io non ho mai avuto scelta. Un entusiasmo la cui mostruosa tensione si scioglie in un fiume di lacrime nel quale il passo si fa involontariamente ora precipitoso, ora lento; un totale esser-fuori-di-sè con la coscienza più chiara di un numero infinito di brividi sottili e di irrigazioni fino alla punta dei piedi; una profondità di gioia nella quale il colmo del dolore e delle tenebre non agisce come contrasto, ma come voluto, come provocato, come un colore necessario all'interno di una tale sovrabbondanza di luce; un istinto di rapporti ritmici che si distende in ampi spazi di forme - la durata, il bisogno di un ritmo ampio e teso è quasi la misura della violenza dell'ispirazione, una sorta di elemento equilibratore rispetto alla sua pressione e tensione.. Tutto avviene in un modo assolutamente involontario, ma come in una tempesta di sentimenti di libertà, di indeterminatezza, di potenza, di divinità..
(F.Nietzsche, Ecce homo)
(F.Nietzsche, Ecce homo)
martedì 6 gennaio 2009
Morali
'Voglio portare loro un po' dei ravioli che ho appena fatto' (comportamento attivo: interamente decisa dal soggetto)
'Ma non ti rendi conto che se ne approfittano?' (comportamento reattivo: valuto il mio agire non in base a 'me stesso' ma a come si comporta l'altro. Il baricentro morale non è nel soggetto)
'Che cosa?'
'Si. Se ne approfittano. Tu glieli porti e loro non ti dicono quasi neanche grazie. ti fai prendere per il culo.' ('cattiva coscienza'?)
'Io non sono fatta così. Io se ho voglia di dare qualcosa a qualcuno glielo do e basta. Non sto neanche a guardare se mi da qualcosa in cambio.' (comportamento attivo: non si preoccupa della reciprocità, morale da signori)
'Io no. Loro non mi danno neanche un bicchiere d'acqua. E tu dovresti portargli i tuoi ravioli?' (Comportamento reattivo: morale da schiavi)
'Ma io non lo faccio neanche per loro, lo faccio per i bambini...'
'E non ti rendi neanche conto che in realtà se li mangiano loro e non li danno ai bambini!' ('cattiva coscienza')
'Ma quale madre potrebbe fare una cosa del genere?' (ingenuità?)
'Lei!'
'Io voglio sentirmi di poter donare una piccola cosa così...in serenità. Io sono generosa...quando vado in paese tutti fanno a gara a offrirmi un caffè...e non riesco mai a offrirglielo da quanto mi vogliono bene!' ('la virtù')
'Tu vivi nel mondo delle favole... guarda che la realtà va un po' diversamente.' ('il corso del mondo')
'Così facendo tu, poi alla fine non glieli porto neanche quei ravioli, piuttosto che fare liti...e poi sto male con me stessa.'
(vittoria della morale degli schiavi su quella da signori, cioè degli affetti reattivi su quelli attivi. 'Bisogna difendere i più forti dai più deboli'.)
'Ma non ti rendi conto che se ne approfittano?' (comportamento reattivo: valuto il mio agire non in base a 'me stesso' ma a come si comporta l'altro. Il baricentro morale non è nel soggetto)
'Che cosa?'
'Si. Se ne approfittano. Tu glieli porti e loro non ti dicono quasi neanche grazie. ti fai prendere per il culo.' ('cattiva coscienza'?)
'Io non sono fatta così. Io se ho voglia di dare qualcosa a qualcuno glielo do e basta. Non sto neanche a guardare se mi da qualcosa in cambio.' (comportamento attivo: non si preoccupa della reciprocità, morale da signori)
'Io no. Loro non mi danno neanche un bicchiere d'acqua. E tu dovresti portargli i tuoi ravioli?' (Comportamento reattivo: morale da schiavi)
'Ma io non lo faccio neanche per loro, lo faccio per i bambini...'
'E non ti rendi neanche conto che in realtà se li mangiano loro e non li danno ai bambini!' ('cattiva coscienza')
'Ma quale madre potrebbe fare una cosa del genere?' (ingenuità?)
'Lei!'
'Io voglio sentirmi di poter donare una piccola cosa così...in serenità. Io sono generosa...quando vado in paese tutti fanno a gara a offrirmi un caffè...e non riesco mai a offrirglielo da quanto mi vogliono bene!' ('la virtù')
'Tu vivi nel mondo delle favole... guarda che la realtà va un po' diversamente.' ('il corso del mondo')
'Così facendo tu, poi alla fine non glieli porto neanche quei ravioli, piuttosto che fare liti...e poi sto male con me stessa.'
(vittoria della morale degli schiavi su quella da signori, cioè degli affetti reattivi su quelli attivi. 'Bisogna difendere i più forti dai più deboli'.)
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