C'è una strana nostalgia dei brani incontrati in ritardo sul proprio cammino, quando li si avverte parlare, eppure se ne sente la distanza. Si percepisce che il loro tempo è passato, tramontato, oltrepassato. Eppure permangono alcune domande di fondo, per quanto, a torto o a ragione, ci se ne sia più o meno sbarazzati. Inquietante è stato reperirvi una domanda: quella che fa da titolo al post, e che, in questi giorni, stava tornando. Ecco una provvida serendipity. Ed ecco quindi una pagina di Tropico del Capricorno di Henry Miller, pagina che ha settant'anni ormai, e non li dimostra affatto:
"Tutti e tutto è parte di vita, ma quando si son tutti sommati assieme, ancora chissà perchè non è vita. Quando è vita, mi chiedo, e perchè non ora? Il cieco va avanti e io resto a sedere sullo scalino. Le polpette erano stantie, il caffè era schifoso, il burro era rancido. Tutto quel che guardo è marcio, schifoso, rancido. La strada pare un fiato cattivo; la strada accanto lo stesso, e l'altra e un'altra ancora. All'angolo il cieco si ferma e suona La casa della mia montagna. Mi trovo in tasca un pezzo di gomma, lo mastico. Mastico per amore del masticare. Non c'è assolutamente niente di meglio da fare, a meno che non voglia prendere una decisione, che è impossibile. Lo scalino è comodo e nessuno mi secca. Sono parte del mondo, della vita, come suol dirsi e ci appartengo e non ci appartengo.
Siedo sullo scalino per un'ora circa, oziando. Giungo alle stesse conclusioni di sempre, quando ho un minuto per pensare da solo. O vado a casa immediatamente e mi metto a scrivere o scappo via e inizio una vita tutta nuova. Il pensiero di cominciare un libro mi atterrisce: c'è tanto da dire che non so dove e come cominciare. Il pensiero di scappare e di ricomincicare daccapo mi atterrisce anch'esso: significa lavorare come un negro per tenere assieme anima e corpo. Per un uomo del mio temperamento, essendo il mondo quel che è, non c'è assolutamente speranza, nè soluzione. Anche se potessi scrivere il libro che voglio scrivere, non servirebbe, perchè fondamentalmente non ho voglia di lavorare, non ho voglia di diventare un membro utile della società. Sto seduto a fissare la casa dall'altra parte della strada. Sembra non solo brutta e insensata come tutte le altre case della strada, ma a fissarla intensamente all'improvviso è diventata assurda.
L'idea di costruire un luogo di rifugio in quel modo particolare mi semvra assolutamente folle. La città medesima mi sembra un esempio di somma follia, tutto quel che c'è dentro, fogne, ferrovie sopraelevate, macchine a gettoni, giornali, telefoni, guardie, maniglie delle porte, casini, carta igienica. Tutto potrebbe anche non essere, e non solo nulla andrebbe perduto, ma anzi si guadagnerebbe un universo intero. Guardo la gente che mi passa accanto per vedere se per caso qualcuno è d'accordo con me. Supponiamo che ne fermassi uno per fargli una semplice domanda. Supponiamo che gli dicessi all'improvviso 'perchè continui a vivere in questo modo?' Probabilmente chiamerebbe una guardia. Mi chiedo se per nessuno si parla mai come faccio io."
mercoledì 17 dicembre 2008
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