lunedì 8 dicembre 2008

Dell'ironia

E' difficile non cadere sotto il peso del proprio se stessi. Che cosa sia questo se stessi non è questa la sede per pensarlo. 'Non Rinunciare al proprio valore' è una tentazione sottile di spillo fitto, di fioretto che taglia la pasta grossolana della realtà per ricamare con precisione auto-lesionista, ed inevitabile. 'Rinunciare al proprio valore' suonerebbe allora come una possibilità, ma cosa significa? Non la adolescenziale 'rinuncia al propio essere se stesso', ma qualcosa di più profondo, la rinuncia al peso del proprio essere se stesso. Che tipo di peso? Il peso che vi è nel prendersi troppo sul serio, nel prendere troppo sul personale, nel sentirsi di dover mostrare e di-mostrare. Ogni forma di perdita di spontaneità è sorgente di disagio. La tentazione di cedere al proprio valore significa la tentazione di cedere alla propria precisione, dato che il valore di un individuo può risiedere anche nella precisione con cui può esprimersi il suo sentire. Cedere alla propria precisione: in un turbine istantaneo, la precisione si muta in disagio, allorchè avverte discorsi sempre troppo approssimativi, sempre troppo chiacchiera. Si parla di cose che non si conoscono, si biascicano parole raccogliticce trovate al telegiornale e le si indossa come cappotti troppo larghi o troppi stretti, spifferi di approsimazione. Ma la precisione non può distruggere chi la porta seco. Non sarà tutto questo sommamente presuntuoso? Già vedo le avvisaglie di chi potrebbe tacciare questi discorsi come presuntuosi, come snob, come superbi. Non c'è mai stato, al contrario, un maggior amore dell'uomo che può condurre all'enunciazione di questo... E' l'attestazione di una sconcertante mediocrità, di una disarmante medietà, cioè di una approsimazione nella vita e nell'opinione non discussa che conduce a queste considerazioni...
E comunque: occorre saper fare da parte questa precisione, questo peso del proprio Io, questa inarrestabile capacità di dissezione ed interpretazione, questa inesausta richiesta di argomentazione a fronte di pensieri altrui che paiono davvero 'fumo passivo' assorbito senza consistenza.
Due sono i rimedi che ho trovato per sopravvivere a questa precisione, a questa istanza che ovunque mi segue: l'amore e l'ironia. Ogni volta che ho incontrato qualcosa di bello, di nobile, di alto non ho potuto fare a meno di am(mir)arlo. Ogni volta che ho incontrato qualcosa di brutto, di cattivo, di spregevole... Non è sempre stata la stessa la reazione. Potrei scrivere una intera biblioteca sulla 'esperienza pensante del brutto e dell'ignobile', perchè a monte è così in me robusta la possibilità di avvertire pienezza, presenza, verità, vita...
Adesso ho la risposta al brutto: si chiama ironia. Come in un racconto Ebraico Chassidico potrei inventare così una storiella: 'Il buon Dio creò cose molto belle, e creò nell'uomo l'amore affinchè potesse partecipare ad esse, ed essere felice. Il buon Dio creò invero anche cose meno belle, e s'avvide ben presto che la partecipazione dell'uomo ad esse provocava in quello fastidio, rabbia, tristezza. Venne allora il buon Dio a porre una pezza: l'ironia, affinchè la bruttezza non tediasse più a lungo l'uomo. Così questa è la legge: amare ciò che è bello, l'ironia per ciò che non è bello."
Con questi pensieri, e molti altri, sono arrivato a leggere la Gaia scienza di Nietzsche e le opere di Martin Buber...

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