'Siete voi che scegliete il vostro soffrire'. Sentenza durissima, ma in definitiva che non posso non riconoscere altrimenti che vera. C'è uno scarto tra le cose e le risposte. La sofferenza è una risposta, non è nelle cose, ed è una risposta tanto più insidiosa, sleale, e, in definitiva, vincente, sopraffacente, nella misura in cui appare come l'unica. Quando la sofferenza appare, essa appare l'unica risposta nella misura in cui appare non come 'risposta' ma come 'fatto'. Dobbiamo non dimenticare pertanto che essa non è nelle cose, ma nel nostro modo di essere in relazione alle cose.
C'è qualcosa di esterno, qualcosa di invadente. E' difficile riuscire a non farsi contaminare dall'invadenza di forze esterne. E' difficile rialzarsi, dopo cadere, in contesti come quello di 'casa'. E' la 'realtà' che è poca in una 'casa'.
Ogni realtà che abbiamo, è volta a volta la nostra realtà; abbiamo quella. E ci sono realtà che nutrono di più e realtà che nutrono molto meno. Le seconde non sono necessariamente in difetto, ma allorchè avviene un evento disturbatore è molto più difficile trovarne uno ridestatore. Si sopravvive per anestesia, e non per iperestesia.
E invece possiamo vivere solo per iperestesia, nutrendoci, con stimolazioni determinanti provenienti da una realtà che volta a volta non possiamo fare a meno di volere, come terreno unico d'apprendimento, come infinito desiderio d'apprendimento, d'essere in cammino, in divenire, come le cose stesse sono...
La dimensione domestica sembra non partecipare del divenire cosmico. Sembra una monade esclusa al moto incessante di fluttuazione, un principato a statuto speciale contrassegnato dalla staticità, dall'eterno ritorno del banale. Latrati dalla cucina, vibrazioni di televisori, sciacquoni, porte che vengono aperte senza neanche bussare: anche la mia.
Ed ecco il travisamento: anestesia in luogo di iperestesia, con conseguente svuotamento della ricettività, che così è pronta ad accogliere solo e soprattutto i mantra più autodistruttivi.
Manca il nutrimento, la naturale partecipazione a una volontà di autoaccrescimento e di esperienza, di eventi che non vengono però più visti e desiderati come inveramento del tempo ordinario (che così sarebbe solo frammentarietà in attesa del prossimo Messia, che periodicamente appare, ma dura poco, ci se ne nutre più per curiosità che per esistenzialità: un Messia usa e getta...)
Si tratta di trovare una abitabilità nel quotidiano, in questo senso mi sono accostato alla pienezza del Chassidismo. Si tratta di fare propria la realtà, questa realtà e non altra, e di viverla con presenza. Ma fuggirne l'urticante invadenza con cui questa sfonda il nostro spazio, questo è compito degno di un Budda..
'In cammino verso il Buddismo'? Forse. Leggendo in questi giorni i libri di Giulio Cesare Giacobbe mi sono accorto di aver maturato negli scorsi mesi pensieri profondamente consonanti con quelli dell'illuminato. anche a me giunsero come illuminazioni, ma... non tennero, stabilmente, come pratica. ma i pilastri (incessante divenire di tutte le cose, non attaccamento, necessità di un lavoro sui pensieri cogliendoli sempre come 'propri' pensieri, e, in questo, come lavorabili, portare presenza nella realtà -soprattutto!!!- e, ultimo e piu complesso, ma, anche lui, sporadicamente ed indimenticabilmente sperimentato - amore universale) li conosco, e li conosco perchè li ho praticati, li ho pensati, li ho anche collegati, senza sapere che qualcuno -decisamente- più illuminato di me li avesse enunciati, concatenati, e praticati.
domenica 28 dicembre 2008
mercoledì 17 dicembre 2008
' Quando è vita, mi chiedo, e perchè non ora? '
C'è una strana nostalgia dei brani incontrati in ritardo sul proprio cammino, quando li si avverte parlare, eppure se ne sente la distanza. Si percepisce che il loro tempo è passato, tramontato, oltrepassato. Eppure permangono alcune domande di fondo, per quanto, a torto o a ragione, ci se ne sia più o meno sbarazzati. Inquietante è stato reperirvi una domanda: quella che fa da titolo al post, e che, in questi giorni, stava tornando. Ecco una provvida serendipity. Ed ecco quindi una pagina di Tropico del Capricorno di Henry Miller, pagina che ha settant'anni ormai, e non li dimostra affatto:
"Tutti e tutto è parte di vita, ma quando si son tutti sommati assieme, ancora chissà perchè non è vita. Quando è vita, mi chiedo, e perchè non ora? Il cieco va avanti e io resto a sedere sullo scalino. Le polpette erano stantie, il caffè era schifoso, il burro era rancido. Tutto quel che guardo è marcio, schifoso, rancido. La strada pare un fiato cattivo; la strada accanto lo stesso, e l'altra e un'altra ancora. All'angolo il cieco si ferma e suona La casa della mia montagna. Mi trovo in tasca un pezzo di gomma, lo mastico. Mastico per amore del masticare. Non c'è assolutamente niente di meglio da fare, a meno che non voglia prendere una decisione, che è impossibile. Lo scalino è comodo e nessuno mi secca. Sono parte del mondo, della vita, come suol dirsi e ci appartengo e non ci appartengo.
Siedo sullo scalino per un'ora circa, oziando. Giungo alle stesse conclusioni di sempre, quando ho un minuto per pensare da solo. O vado a casa immediatamente e mi metto a scrivere o scappo via e inizio una vita tutta nuova. Il pensiero di cominciare un libro mi atterrisce: c'è tanto da dire che non so dove e come cominciare. Il pensiero di scappare e di ricomincicare daccapo mi atterrisce anch'esso: significa lavorare come un negro per tenere assieme anima e corpo. Per un uomo del mio temperamento, essendo il mondo quel che è, non c'è assolutamente speranza, nè soluzione. Anche se potessi scrivere il libro che voglio scrivere, non servirebbe, perchè fondamentalmente non ho voglia di lavorare, non ho voglia di diventare un membro utile della società. Sto seduto a fissare la casa dall'altra parte della strada. Sembra non solo brutta e insensata come tutte le altre case della strada, ma a fissarla intensamente all'improvviso è diventata assurda.
L'idea di costruire un luogo di rifugio in quel modo particolare mi semvra assolutamente folle. La città medesima mi sembra un esempio di somma follia, tutto quel che c'è dentro, fogne, ferrovie sopraelevate, macchine a gettoni, giornali, telefoni, guardie, maniglie delle porte, casini, carta igienica. Tutto potrebbe anche non essere, e non solo nulla andrebbe perduto, ma anzi si guadagnerebbe un universo intero. Guardo la gente che mi passa accanto per vedere se per caso qualcuno è d'accordo con me. Supponiamo che ne fermassi uno per fargli una semplice domanda. Supponiamo che gli dicessi all'improvviso 'perchè continui a vivere in questo modo?' Probabilmente chiamerebbe una guardia. Mi chiedo se per nessuno si parla mai come faccio io."
"Tutti e tutto è parte di vita, ma quando si son tutti sommati assieme, ancora chissà perchè non è vita. Quando è vita, mi chiedo, e perchè non ora? Il cieco va avanti e io resto a sedere sullo scalino. Le polpette erano stantie, il caffè era schifoso, il burro era rancido. Tutto quel che guardo è marcio, schifoso, rancido. La strada pare un fiato cattivo; la strada accanto lo stesso, e l'altra e un'altra ancora. All'angolo il cieco si ferma e suona La casa della mia montagna. Mi trovo in tasca un pezzo di gomma, lo mastico. Mastico per amore del masticare. Non c'è assolutamente niente di meglio da fare, a meno che non voglia prendere una decisione, che è impossibile. Lo scalino è comodo e nessuno mi secca. Sono parte del mondo, della vita, come suol dirsi e ci appartengo e non ci appartengo.
Siedo sullo scalino per un'ora circa, oziando. Giungo alle stesse conclusioni di sempre, quando ho un minuto per pensare da solo. O vado a casa immediatamente e mi metto a scrivere o scappo via e inizio una vita tutta nuova. Il pensiero di cominciare un libro mi atterrisce: c'è tanto da dire che non so dove e come cominciare. Il pensiero di scappare e di ricomincicare daccapo mi atterrisce anch'esso: significa lavorare come un negro per tenere assieme anima e corpo. Per un uomo del mio temperamento, essendo il mondo quel che è, non c'è assolutamente speranza, nè soluzione. Anche se potessi scrivere il libro che voglio scrivere, non servirebbe, perchè fondamentalmente non ho voglia di lavorare, non ho voglia di diventare un membro utile della società. Sto seduto a fissare la casa dall'altra parte della strada. Sembra non solo brutta e insensata come tutte le altre case della strada, ma a fissarla intensamente all'improvviso è diventata assurda.
L'idea di costruire un luogo di rifugio in quel modo particolare mi semvra assolutamente folle. La città medesima mi sembra un esempio di somma follia, tutto quel che c'è dentro, fogne, ferrovie sopraelevate, macchine a gettoni, giornali, telefoni, guardie, maniglie delle porte, casini, carta igienica. Tutto potrebbe anche non essere, e non solo nulla andrebbe perduto, ma anzi si guadagnerebbe un universo intero. Guardo la gente che mi passa accanto per vedere se per caso qualcuno è d'accordo con me. Supponiamo che ne fermassi uno per fargli una semplice domanda. Supponiamo che gli dicessi all'improvviso 'perchè continui a vivere in questo modo?' Probabilmente chiamerebbe una guardia. Mi chiedo se per nessuno si parla mai come faccio io."
da Henry Miller, Tropico del Capricorno.
" Chiunque per troppo amore - che dopo tutto è mostruoso - muore della propria infelicità, rinasce per non conoscere più nè amore nè odio, ma per godersela. E questa gioia di vivere perchè acquisita innaturalmente, è un veleno che alla fine inquina il mondo.Tutto ciò che è creato oltre i limiti della sofferenza umana, funziona come un boomerang e reca distruzione."
lunedì 8 dicembre 2008
Imparate a ridere!
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, IV libro.
15Quanto più alto il suo genere, tanto più di rado riesce bene una cosa. Voi qui, Uomini Superiori, non siete tutti riusciti male?State allegri, che importa! Quante cose sono ancora possibili! Imparate a ridere di voi stessi, come si deve ridere!Qual meraviglia che voi siate riusciti male o a mezzo, voi mezzi falliti! Non fermenta e getta polloni in voi il futuro dell'uomo?Quanto nell'uomo è più lontano, più profondo, più stellare, la sua forza inaudita, non spuma e gorgoglia tutto insieme nei vostri vasi?Qual meraviglia che qualche vaso si rompa!Imparate a ridere di voi stessi, come si deve ridere! O voi, Uomini Superiori, quante cose sono ancora possibili!E intanto quante cose sono già riuscite! Come è ricca questa terra di piccole e buone cose perfette, di cose ben riuscite!Ponetevi accanto piccole buone cose perfette, voi, Uomini Superiori! La cui dorata maturità risana il cuore. Le cose perfette inducono a sperare.
16Quale è stato fino ad oggi sulla terra il più grande peccato? Non forse la parola di colui che disse: 'Guai a coloro che ridono!'? Non trovò egli sulla terra nessun motivo di riso? Vuoi dire che cercò male. Anche un bambino lo trova. Costui non amava abbastanza: altrimenti avrebbe amato anche noi, i ridenti! Ma egli ci odiava e ci spregiava, e ci augurava strida e dolor di denti. Ma che forse è necessario subito maledire quando non si ama? Mi sembra una cosa di cattivo gusto. Senonché, così faceva lui, quell'uomo che non veniva a patti, l'assolutista. Proveniva dal popolo. Non amava abbastanza: questo era il suo guaio: altrimenti si sarebbe meno adirato per il fatto che non lo amavano. Ogni grande amore non vuole amore: vuole qualcosa di più. Sfuggite tutti questi assolutisti! È una povera gente malata, una schiatta plebea: guardano con occhio storto la vita, hanno il malocchio nei riguardi della terra. Sfuggite tutti gli assolutisti! Hanno piedi pesanti e cuori opprimenti: non sanno danzare. Eppure come potrebbe esser loro lieve la terra!
15Quanto più alto il suo genere, tanto più di rado riesce bene una cosa. Voi qui, Uomini Superiori, non siete tutti riusciti male?State allegri, che importa! Quante cose sono ancora possibili! Imparate a ridere di voi stessi, come si deve ridere!Qual meraviglia che voi siate riusciti male o a mezzo, voi mezzi falliti! Non fermenta e getta polloni in voi il futuro dell'uomo?Quanto nell'uomo è più lontano, più profondo, più stellare, la sua forza inaudita, non spuma e gorgoglia tutto insieme nei vostri vasi?Qual meraviglia che qualche vaso si rompa!Imparate a ridere di voi stessi, come si deve ridere! O voi, Uomini Superiori, quante cose sono ancora possibili!E intanto quante cose sono già riuscite! Come è ricca questa terra di piccole e buone cose perfette, di cose ben riuscite!Ponetevi accanto piccole buone cose perfette, voi, Uomini Superiori! La cui dorata maturità risana il cuore. Le cose perfette inducono a sperare.
16Quale è stato fino ad oggi sulla terra il più grande peccato? Non forse la parola di colui che disse: 'Guai a coloro che ridono!'? Non trovò egli sulla terra nessun motivo di riso? Vuoi dire che cercò male. Anche un bambino lo trova. Costui non amava abbastanza: altrimenti avrebbe amato anche noi, i ridenti! Ma egli ci odiava e ci spregiava, e ci augurava strida e dolor di denti. Ma che forse è necessario subito maledire quando non si ama? Mi sembra una cosa di cattivo gusto. Senonché, così faceva lui, quell'uomo che non veniva a patti, l'assolutista. Proveniva dal popolo. Non amava abbastanza: questo era il suo guaio: altrimenti si sarebbe meno adirato per il fatto che non lo amavano. Ogni grande amore non vuole amore: vuole qualcosa di più. Sfuggite tutti questi assolutisti! È una povera gente malata, una schiatta plebea: guardano con occhio storto la vita, hanno il malocchio nei riguardi della terra. Sfuggite tutti gli assolutisti! Hanno piedi pesanti e cuori opprimenti: non sanno danzare. Eppure come potrebbe esser loro lieve la terra!
Dell'ironia
E' difficile non cadere sotto il peso del proprio se stessi. Che cosa sia questo se stessi non è questa la sede per pensarlo. 'Non Rinunciare al proprio valore' è una tentazione sottile di spillo fitto, di fioretto che taglia la pasta grossolana della realtà per ricamare con precisione auto-lesionista, ed inevitabile. 'Rinunciare al proprio valore' suonerebbe allora come una possibilità, ma cosa significa? Non la adolescenziale 'rinuncia al propio essere se stesso', ma qualcosa di più profondo, la rinuncia al peso del proprio essere se stesso. Che tipo di peso? Il peso che vi è nel prendersi troppo sul serio, nel prendere troppo sul personale, nel sentirsi di dover mostrare e di-mostrare. Ogni forma di perdita di spontaneità è sorgente di disagio. La tentazione di cedere al proprio valore significa la tentazione di cedere alla propria precisione, dato che il valore di un individuo può risiedere anche nella precisione con cui può esprimersi il suo sentire. Cedere alla propria precisione: in un turbine istantaneo, la precisione si muta in disagio, allorchè avverte discorsi sempre troppo approssimativi, sempre troppo chiacchiera. Si parla di cose che non si conoscono, si biascicano parole raccogliticce trovate al telegiornale e le si indossa come cappotti troppo larghi o troppi stretti, spifferi di approsimazione. Ma la precisione non può distruggere chi la porta seco. Non sarà tutto questo sommamente presuntuoso? Già vedo le avvisaglie di chi potrebbe tacciare questi discorsi come presuntuosi, come snob, come superbi. Non c'è mai stato, al contrario, un maggior amore dell'uomo che può condurre all'enunciazione di questo... E' l'attestazione di una sconcertante mediocrità, di una disarmante medietà, cioè di una approsimazione nella vita e nell'opinione non discussa che conduce a queste considerazioni...
E comunque: occorre saper fare da parte questa precisione, questo peso del proprio Io, questa inarrestabile capacità di dissezione ed interpretazione, questa inesausta richiesta di argomentazione a fronte di pensieri altrui che paiono davvero 'fumo passivo' assorbito senza consistenza.
Due sono i rimedi che ho trovato per sopravvivere a questa precisione, a questa istanza che ovunque mi segue: l'amore e l'ironia. Ogni volta che ho incontrato qualcosa di bello, di nobile, di alto non ho potuto fare a meno di am(mir)arlo. Ogni volta che ho incontrato qualcosa di brutto, di cattivo, di spregevole... Non è sempre stata la stessa la reazione. Potrei scrivere una intera biblioteca sulla 'esperienza pensante del brutto e dell'ignobile', perchè a monte è così in me robusta la possibilità di avvertire pienezza, presenza, verità, vita...
Adesso ho la risposta al brutto: si chiama ironia. Come in un racconto Ebraico Chassidico potrei inventare così una storiella: 'Il buon Dio creò cose molto belle, e creò nell'uomo l'amore affinchè potesse partecipare ad esse, ed essere felice. Il buon Dio creò invero anche cose meno belle, e s'avvide ben presto che la partecipazione dell'uomo ad esse provocava in quello fastidio, rabbia, tristezza. Venne allora il buon Dio a porre una pezza: l'ironia, affinchè la bruttezza non tediasse più a lungo l'uomo. Così questa è la legge: amare ciò che è bello, l'ironia per ciò che non è bello."
Con questi pensieri, e molti altri, sono arrivato a leggere la Gaia scienza di Nietzsche e le opere di Martin Buber...
E comunque: occorre saper fare da parte questa precisione, questo peso del proprio Io, questa inarrestabile capacità di dissezione ed interpretazione, questa inesausta richiesta di argomentazione a fronte di pensieri altrui che paiono davvero 'fumo passivo' assorbito senza consistenza.
Due sono i rimedi che ho trovato per sopravvivere a questa precisione, a questa istanza che ovunque mi segue: l'amore e l'ironia. Ogni volta che ho incontrato qualcosa di bello, di nobile, di alto non ho potuto fare a meno di am(mir)arlo. Ogni volta che ho incontrato qualcosa di brutto, di cattivo, di spregevole... Non è sempre stata la stessa la reazione. Potrei scrivere una intera biblioteca sulla 'esperienza pensante del brutto e dell'ignobile', perchè a monte è così in me robusta la possibilità di avvertire pienezza, presenza, verità, vita...
Adesso ho la risposta al brutto: si chiama ironia. Come in un racconto Ebraico Chassidico potrei inventare così una storiella: 'Il buon Dio creò cose molto belle, e creò nell'uomo l'amore affinchè potesse partecipare ad esse, ed essere felice. Il buon Dio creò invero anche cose meno belle, e s'avvide ben presto che la partecipazione dell'uomo ad esse provocava in quello fastidio, rabbia, tristezza. Venne allora il buon Dio a porre una pezza: l'ironia, affinchè la bruttezza non tediasse più a lungo l'uomo. Così questa è la legge: amare ciò che è bello, l'ironia per ciò che non è bello."
Con questi pensieri, e molti altri, sono arrivato a leggere la Gaia scienza di Nietzsche e le opere di Martin Buber...
La 'gaia scienza' vs la 'macchina pe(n)sante'
[F. Nietzsche, La Gaia Scienza, aforisma 327, libro quarto.]
"Prendere sul serio - L'intelletto è nei più una macchina pesante, tenebrosa e scricchiolante, che malamente si riesce ad avviare: costoro chiamano «prendere la cosa sul serio» quando vogliono lavorare con questa macchina e ben pensare -- oh! come deve essere gravoso per loro il ben pensare! L'amabile bestia uomo appare perdere il suo buon umore ogni qualvolta pensa bene: essa diventa «seria»! E «dove c'è riso e allegrezza, il pensare non vale un bel nulla», così suona il pregiudizio di questa bestia seria contro ogni «gaia scienza». Orsù! Mostriamo che è un pregiudizio!"
"Prendere sul serio - L'intelletto è nei più una macchina pesante, tenebrosa e scricchiolante, che malamente si riesce ad avviare: costoro chiamano «prendere la cosa sul serio» quando vogliono lavorare con questa macchina e ben pensare -- oh! come deve essere gravoso per loro il ben pensare! L'amabile bestia uomo appare perdere il suo buon umore ogni qualvolta pensa bene: essa diventa «seria»! E «dove c'è riso e allegrezza, il pensare non vale un bel nulla», così suona il pregiudizio di questa bestia seria contro ogni «gaia scienza». Orsù! Mostriamo che è un pregiudizio!"
sabato 6 dicembre 2008
Responsabilità
Siamo responsabili. Ma davanti a chi e per chi? Siamo prima di tutto responsabili per noi stessi o per gli altri? Affinche è la responsabilità esista, occorre qualcosa di cui rispondere, occorre un'alterità. Tale alterità lancerà un appello, di cui potremo farci o meno carico, e se ce ne faremo carico, come ce ne faremo carico sarà determinante. Non esiste responsabilità se non c'è un 'che cosa' che chiama, e che chiama a una nostra risposta. In verità noi rispondiamo sempre, anche quando ignoriamo di essere chiamati.
L'alterità è la conditio sine qua non della responsabilità, MA la responsabilità è prima di tutto responsabilità davanti all'altro o a se stesso?
La tesi paradossale che voglio proporre è: solo grazie ad un altro divento responsabile davanti a me stesso. L'altro ha una priorità nell'incontrare, nello stato di cammino della vita in cui è lui, trovato (o donato) che mi porta davanti alla mia responsabilità. La legge esiste dove c'è una relazione: io ho a che fare con uomini, animali, boschi... Per un uomo nella sua solitudine non esiste la necessità di prescrivere leggi dall'esterno: è l'individuo stesso che diventa legge per se stesso, alla base della responsabilità che si è saputo assumere -o meno- quando ha avuto a che fare con l'Altro.
E' da come mi comporto con l'Altro che sto come sto quando sono solo con me stesso: in questo senso posso spiegare la coscienza e la sostenibilità -o meno- della solitudine. H. Arendt scriveva che se rubo qualcosa a qualcuno, quel qualcuno soffrirà,certamente,per un giorno, un mese, un anno, dipende. Poi basta. Ma se rubo qualcosa a qualcuno Io sono costretto a convivere con un ladro -me stesso- per il resto della mia vita.
In questo senso la responsabilità verso Altri è prima di tutto verso se stesso.
L'alterità è la conditio sine qua non della responsabilità, MA la responsabilità è prima di tutto responsabilità davanti all'altro o a se stesso?
La tesi paradossale che voglio proporre è: solo grazie ad un altro divento responsabile davanti a me stesso. L'altro ha una priorità nell'incontrare, nello stato di cammino della vita in cui è lui, trovato (o donato) che mi porta davanti alla mia responsabilità. La legge esiste dove c'è una relazione: io ho a che fare con uomini, animali, boschi... Per un uomo nella sua solitudine non esiste la necessità di prescrivere leggi dall'esterno: è l'individuo stesso che diventa legge per se stesso, alla base della responsabilità che si è saputo assumere -o meno- quando ha avuto a che fare con l'Altro.
E' da come mi comporto con l'Altro che sto come sto quando sono solo con me stesso: in questo senso posso spiegare la coscienza e la sostenibilità -o meno- della solitudine. H. Arendt scriveva che se rubo qualcosa a qualcuno, quel qualcuno soffrirà,certamente,per un giorno, un mese, un anno, dipende. Poi basta. Ma se rubo qualcosa a qualcuno Io sono costretto a convivere con un ladro -me stesso- per il resto della mia vita.
In questo senso la responsabilità verso Altri è prima di tutto verso se stesso.
Andiamo in Laboratorio
Se una mia amica di Farmacia mi dice 'oggi andiamo in laboratorio' penso inevitabilmente a tante apparecchiature, capsule, Bunsen, burette, provette, anche con una certa stereotipa visione.
Se io dovessi dire 'oggi vado in laboratorio' che farei?
Da subito ho pensato, 'noi non abbiamo laboratori con strumenti super sofisticati, ma abbiamo biblioteche, con libri che spesso costano dai venti euro in su." Ma non era ancora questo, il laboratorio.
Eravamo sul treno,mentre parlavamo del suo 'andare in laboratorio'. Intorno a noi, le conversazioni di altri passeggeri, chi nella chiacchiera, chi nel dialogo... E allora capii.
Che per andare in laboratorio, io, studente di filosofia, avevo una possibilità ben più fortunata, gratuita, sebbene talvolta scomoda ed ingombrante: per andare in laboratorio, mi sarebbe bastato aprirmi ed ascoltare il mondo stesso! In che senso posso fare filosofia?
"Chi oggi vuol fare uno studio su fatti morali, si vede aperto un immenso campo di lavoro. Ogni specie di passione deve essere approndita separatamente e separatamente perseguita attraverso tempi, popoli, individui grandi e piccoli: bisogna scoprire completamente la loro ragione e tutte le loro valutazioni e chiarificazioni delle cose! Fino ad oggi tutto quanto ha dato colore all'esistenza, non ha avuto ancora storia: o dove mai si è avuta una storia dell'amore, della cupidigia, dell'invidia, della coscienza, della pietà e della crudeltà..." (Nietzsche, La gaia scienza, Libro 1, par.7.)
Se io dovessi dire 'oggi vado in laboratorio' che farei?
Da subito ho pensato, 'noi non abbiamo laboratori con strumenti super sofisticati, ma abbiamo biblioteche, con libri che spesso costano dai venti euro in su." Ma non era ancora questo, il laboratorio.
Eravamo sul treno,mentre parlavamo del suo 'andare in laboratorio'. Intorno a noi, le conversazioni di altri passeggeri, chi nella chiacchiera, chi nel dialogo... E allora capii.
Che per andare in laboratorio, io, studente di filosofia, avevo una possibilità ben più fortunata, gratuita, sebbene talvolta scomoda ed ingombrante: per andare in laboratorio, mi sarebbe bastato aprirmi ed ascoltare il mondo stesso! In che senso posso fare filosofia?
"Chi oggi vuol fare uno studio su fatti morali, si vede aperto un immenso campo di lavoro. Ogni specie di passione deve essere approndita separatamente e separatamente perseguita attraverso tempi, popoli, individui grandi e piccoli: bisogna scoprire completamente la loro ragione e tutte le loro valutazioni e chiarificazioni delle cose! Fino ad oggi tutto quanto ha dato colore all'esistenza, non ha avuto ancora storia: o dove mai si è avuta una storia dell'amore, della cupidigia, dell'invidia, della coscienza, della pietà e della crudeltà..." (Nietzsche, La gaia scienza, Libro 1, par.7.)
Un caso Lévinassiano.
Supponiamo che un vostro amico vi dica qualcosa che sta facendo, e che questo 'qualcosa' sia, da un punto di vista esterno, e che nella sua esternità pretende di parere dannoso per lui a livello 'oggettivo' (è quantomeno 'oggettivo' in quanto prende coscienza del fatto come 'oggetto', nella dimensione di esternità, di estraneità che vi è nei confronti del separato 'oggetto').
Si: il vostro amico sta facendo qualcosa che è dannoso per lui stesso, auto-lesionista, auto-distruttivo, sempre supposto che abbia senso pretendere di sapere cosa è 'buono' e cosa è 'cattivo' per lui (e,prima ancora,per voi!) Ebbene, che fare?
L'opzione di fondo è se 'dare un consiglio o no', ma a che livello?
'Dare un consiglio' può sembrare un gesto invadente, che solleva l'Altro da se stesso, e, anzi, pretende di sussumerlo in base al proprio Io. Io, che dò un consiglio, faccio esistere l'Altro, che non agisce come me, solo come una mia proiezione. L'Altro, per chi dà un consiglio è Non-A, cioè, colui che agisce diversamente da me (A), e non è piuttosto un B, cioè un'esistenza indipendente che agisce in base alla sua indipendenza, e che esisterebbe anche senza che io non ci fossi.
Ebbene: gran parte dei nostri comportamenti agiscono considerando l'altro come non-A e non piuttosto come un B: anche quando ci crediamo 'amici', o qualcosa di ulteriore all'amicizia, stiamo in verità invadendo lo spazio dell'altro, lo stiamo, cioè, assimilando a noi, e non cogliendo nella sua irriducibile specificità.
Inoltre. Il consiglio vuole svellere qualcosa visto come 'sbagliato', e dal vedere qualcosa di 'sbagliato' nel gesto d'Altri vi è, oltre che l'ego-centrismo, foss'anche il più benintenzionato (ma questo discorso non si basa sulle intenzioni! e questo non è parimenti un punto facile da capire per molti), vi può essere la metafisizzazione dell'errore: 'non è lui che decide di fare questo, è il Male che parla in lui'. Ho sentito anche queste affermazioni, in ambito di bioetica,ad esempio.
Se interagire con l'Altro come un B piuttosto che come un Non-A si concretizza in un 'fatti i cazzi tuoi' detto con il massimo affetto, perchè lascia essere l'Altro, sarà questo capito? Non sarà molto più frequentemente letto come un atto di disinteresse, quando invece è un 'vai verso te stesso' che è molto più profondo e rispettoso di ogni 'vai verso di me'?
Sembrerebbe che costoro vogliano essere invasi; vogliano essere ridotti a proiezioni d'altri; vogliano essere NON-A piuttosto che B; vogliono cure che siano sgravo e manlevazione della loro irriducibile destinazione di singolo, unico, solo.
Non gliele daremo.
Grazie Lévinas, anche per questo.
Si: il vostro amico sta facendo qualcosa che è dannoso per lui stesso, auto-lesionista, auto-distruttivo, sempre supposto che abbia senso pretendere di sapere cosa è 'buono' e cosa è 'cattivo' per lui (e,prima ancora,per voi!) Ebbene, che fare?
L'opzione di fondo è se 'dare un consiglio o no', ma a che livello?
'Dare un consiglio' può sembrare un gesto invadente, che solleva l'Altro da se stesso, e, anzi, pretende di sussumerlo in base al proprio Io. Io, che dò un consiglio, faccio esistere l'Altro, che non agisce come me, solo come una mia proiezione. L'Altro, per chi dà un consiglio è Non-A, cioè, colui che agisce diversamente da me (A), e non è piuttosto un B, cioè un'esistenza indipendente che agisce in base alla sua indipendenza, e che esisterebbe anche senza che io non ci fossi.
Ebbene: gran parte dei nostri comportamenti agiscono considerando l'altro come non-A e non piuttosto come un B: anche quando ci crediamo 'amici', o qualcosa di ulteriore all'amicizia, stiamo in verità invadendo lo spazio dell'altro, lo stiamo, cioè, assimilando a noi, e non cogliendo nella sua irriducibile specificità.
Inoltre. Il consiglio vuole svellere qualcosa visto come 'sbagliato', e dal vedere qualcosa di 'sbagliato' nel gesto d'Altri vi è, oltre che l'ego-centrismo, foss'anche il più benintenzionato (ma questo discorso non si basa sulle intenzioni! e questo non è parimenti un punto facile da capire per molti), vi può essere la metafisizzazione dell'errore: 'non è lui che decide di fare questo, è il Male che parla in lui'. Ho sentito anche queste affermazioni, in ambito di bioetica,ad esempio.
Se interagire con l'Altro come un B piuttosto che come un Non-A si concretizza in un 'fatti i cazzi tuoi' detto con il massimo affetto, perchè lascia essere l'Altro, sarà questo capito? Non sarà molto più frequentemente letto come un atto di disinteresse, quando invece è un 'vai verso te stesso' che è molto più profondo e rispettoso di ogni 'vai verso di me'?
Sembrerebbe che costoro vogliano essere invasi; vogliano essere ridotti a proiezioni d'altri; vogliano essere NON-A piuttosto che B; vogliono cure che siano sgravo e manlevazione della loro irriducibile destinazione di singolo, unico, solo.
Non gliele daremo.
Grazie Lévinas, anche per questo.
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