alcune tra le più (apparentemente?) diverse letture che ho fatto negli ultimi messi hanno un filo trasversale (forse accademicamente inaccettabile) che le legano:
- Nietzsche, inteso come osservazione capillare della 'morale' come fatto dell'uomo nella vita con gli altri (e, quindi, con se stesso come 'altro', come buona o cattiva coscienza), la morale intesa come spazio della relazione, di circuiti azione - reazione, sentimento - risentimento
-Berne, l'analisi transazionale di 'a che gioco giochiamo?' l'idea di una psicologia comportamentale della relazione, dove si leggono i comportamenti umani che legano due o più persone come 'ruoli' di un gioco, che, in quanto tale, si istituisce in quanto 'parti' e 'regole'
-Goffman, la vita quotidiana come rappresentazione ovvero la presentazione intersoggettiva del sè, il controllo delle impressioni offrite dal sè agli altri, la metafora della città come teatro con palcoscenico e dietro le quinte, la natura simbolica dell'interrelazione
-Hannerz, esplorando la città, ampio ripercorrimento della antropologia della vita urbana con delicatissimi passaggi di 'microsociologia' che osservano dinamiche estremamente pregne e minute, zoomano su una singola occasione d'incontro, di relazione (dalle taxi dance hall di cressey alle network analisi dei 'sei piani di separazione', alle relazioni di traffico di un supposto 'mondo di stranieri')
e, ovviamente, neanche troppo sullo sfondo, mai dimenticato,
-Buber, e l'affermazione della relazione come principio piuttosto che come fatto secondario, l'attenzione alla relazione e all'interumano come principale compito della 'filosofia'.
qui gli approcci sono multipli, e, lo ripeto, probabilmente inconciliabili, ma c'è qualcosa che vale la pena evidenziare: l'attenzione per l'interumano. E' su questo che credo valga, per me, la pena di lavorare...
martedì 14 aprile 2009
lunedì 30 marzo 2009
Due spunti
1
Si racconta che Platone volesse far capire una volta per tutte cosa fossero le stramaledette idee ai suoi scolari.
Disse quindi a tutti loro ‘disegnate un cavallo’. Questi lo disegnarono, ed alcuni erano scattanti, altri statici, alcuni erano bianchi, altri marroni, alcuni avevano il viso lungo e affilato, altri più tozzo…Ma tutti avevano quattro zampe, la criniera, la coda… queste caratteristiche accumunavano tutti i cavalli: erano, se vogliamo, indizi di cavallinità.
Ecco, allora, come nascono le idee! Quei tratti che ogni uomo, pensando a un determinato soggetto, non potrà rinunciare ad esprimere.
Proviamo a fare questo gioco. Diciamo i più svariati (s)oggetti e facciamoli disegnare a tante persone: cane, gatto, carro armato, caffettiera…
Tutti saranno diversi, ma ci saranno degli indispensabili tratti comuni: di qui, le idee…
p.s. e se le Idee fossero invece stereotipi? Se la concordia universale nel rappresentare un (s)oggetto implicasse piuttosto uno stereotipo?
2
Come facciamo a capire ogni volta che incontriamo quattro gambe con un piano orizzontale ed un ideale prolungamento delle due gambe posteriori che si tratta di una sedia? A riconoscere, quindi, una sedia?
Esistono gambe di legno, di plastica, di acciaio. Lo schienale può essere assente. Le gambe non è detto che siano quattro. Però, noi ci sediamo lo stesso…
Noi la riconosciamo come una sedia perché ci sediamo lo stesso…
Intuiamo la sedia perché percepiano la sedibilità, percepiamo che ‘quella cosa’ ci può essere utile per ‘farci sedere’, per farci poggiare, semplicemente, ma non banalmente, le chiappe.
È la sedibilità che fa la sedia, ovvero una sua proprietà costituitva fondamentale.
Noi riconosciamo una sedia perché intuiamo che quella cosa che incontriamo, anche se non ha le 4 gambe canoniche e lo schienale, può far si che ci sediamo…
In questo senso anche un tavolo può diventare sedia, se ci sediamo sopra…
Ma allora è tavolo o è sedia?
Se mi ci posso sedere sopra, è sedia… Se posso usare la sua superficie orizzontale per appoggiarci cose con cui interagire, è tavolo…
Eppure, il tavolo rimane tavolo, e la sedia rimane sedia…
Ma tu puoi dare ‘sedietà’ al tavolo e ‘tavolità’ alla sedia in ogni momento!
P.s. pensa alle associazioni di idee che partendo da qui si possono fare! In questo senso si può progettare un orinatoio a forma di tulipano, perché analoga è la funzione di raccoglimento della forma che un orinatoio deve avere e che un tulipano ha! Oppure, un apribottiglie a due braccia può essere un omino, e così via…
Proviamo a pensare solo alle proprietà degli oggetti… quasi ogni cosa potrà diventare quasi ogni cosa!
Si racconta che Platone volesse far capire una volta per tutte cosa fossero le stramaledette idee ai suoi scolari.
Disse quindi a tutti loro ‘disegnate un cavallo’. Questi lo disegnarono, ed alcuni erano scattanti, altri statici, alcuni erano bianchi, altri marroni, alcuni avevano il viso lungo e affilato, altri più tozzo…Ma tutti avevano quattro zampe, la criniera, la coda… queste caratteristiche accumunavano tutti i cavalli: erano, se vogliamo, indizi di cavallinità.
Ecco, allora, come nascono le idee! Quei tratti che ogni uomo, pensando a un determinato soggetto, non potrà rinunciare ad esprimere.
Proviamo a fare questo gioco. Diciamo i più svariati (s)oggetti e facciamoli disegnare a tante persone: cane, gatto, carro armato, caffettiera…
Tutti saranno diversi, ma ci saranno degli indispensabili tratti comuni: di qui, le idee…
p.s. e se le Idee fossero invece stereotipi? Se la concordia universale nel rappresentare un (s)oggetto implicasse piuttosto uno stereotipo?
2
Come facciamo a capire ogni volta che incontriamo quattro gambe con un piano orizzontale ed un ideale prolungamento delle due gambe posteriori che si tratta di una sedia? A riconoscere, quindi, una sedia?
Esistono gambe di legno, di plastica, di acciaio. Lo schienale può essere assente. Le gambe non è detto che siano quattro. Però, noi ci sediamo lo stesso…
Noi la riconosciamo come una sedia perché ci sediamo lo stesso…
Intuiamo la sedia perché percepiano la sedibilità, percepiamo che ‘quella cosa’ ci può essere utile per ‘farci sedere’, per farci poggiare, semplicemente, ma non banalmente, le chiappe.
È la sedibilità che fa la sedia, ovvero una sua proprietà costituitva fondamentale.
Noi riconosciamo una sedia perché intuiamo che quella cosa che incontriamo, anche se non ha le 4 gambe canoniche e lo schienale, può far si che ci sediamo…
In questo senso anche un tavolo può diventare sedia, se ci sediamo sopra…
Ma allora è tavolo o è sedia?
Se mi ci posso sedere sopra, è sedia… Se posso usare la sua superficie orizzontale per appoggiarci cose con cui interagire, è tavolo…
Eppure, il tavolo rimane tavolo, e la sedia rimane sedia…
Ma tu puoi dare ‘sedietà’ al tavolo e ‘tavolità’ alla sedia in ogni momento!
P.s. pensa alle associazioni di idee che partendo da qui si possono fare! In questo senso si può progettare un orinatoio a forma di tulipano, perché analoga è la funzione di raccoglimento della forma che un orinatoio deve avere e che un tulipano ha! Oppure, un apribottiglie a due braccia può essere un omino, e così via…
Proviamo a pensare solo alle proprietà degli oggetti… quasi ogni cosa potrà diventare quasi ogni cosa!
sabato 14 marzo 2009
Unintitled
…Diventò sempre più ironico. Poi più sarcastico. L’umorismo era la risposta ad un sapersi infelice troppo certo. Un tentativo di abitare lo spiacevole, o l’aggressività agonizzante di una bestia ferita? Ma non solo questo. Ogni cosa vacillava, si mostrava bucata. Sporadici conati di entusiasmo erano trafitti dalla paura d’Altri. Insensatezza promanava da praticamente tutto, ovvero, mancava una direzione, e quindi un senso, un sentire certo. Per questo non valeva la pena di soffrirne apertamente. Apertamente, sì, nel modo pieno e rotondo, per quanto dentato, di una fauce digrignante che tuttavia afferma ‘questo è l’oggetto della mia sofferenza’, e, quindi ‘a questo io tendo, questo avrei voluto, preteso, santificato’.
Nel momento in cui la coscienza dell’assurdo aveva sostituito il mondo stesso, diventava impossibile legarsi ad alcunchè stabilmente, e tutto assumeva una connotazione transitoria. E proprio per questo non poteva neppure piangere, neppure incazzarsi, chè il pianto e l’incazzatura presuppongono comunque una posizione di valore, un porto in cui trovare quiete. E invece, schernito dalla vacuità, irridente come una iena, non nella volontà di distruggere, ma nell’impossibilità del costruire, che tutto era cedevole, nulla esente da contraddizione, mancava l’interezza. Distruggeva cose situazioni persone con un sì o con un no. Con un inarcato senso del contraddittorio polverizzava la bellezza che desiderava con una nostalgia nemmeno troppo segreta. E tutto questo non era maschera in senso sociale, non era reattività da mostrare per parere forte, : era piuttosto decostruzione totale, desoggettivazione compiuta, restava solo per lui la possibilità di essere una relazione con ciò che via via incontrava, l’adagio ‘je est un autre’: una pienezza originaria talora filtrava, la possibilità di un istante in cui poteva dire ‘sono qui’, e tutto era perfetto, pieno, respirava, si collocava nel qui ed ora. Uno stupore che era bontà lo possedeva allora, e tornava ad ammirare una geometria dell’attimo, una armonia diffusa che gli faceva sentire una posizione, quella in cui era, e un compito. Poteva essere molto buono, se solo avesse saputo sentirsi presente…
L’assenza lo portava alla violenza, alla profanazione. ‘Io non esisto sempre’, e intanto il tempo scorreva con una velocità impazzita. Si trovava a metà di un mese senza neanche accorgersene, da un lunedì all’altro, da un sabato all’altro. Ogni giorno segnava su una agenda persone e cose fatte, uno scheletrico segnavia. Se qualcuno gli avesse chiesto, e gliel’avrebbe chiesto, che cosa aveva fatto questa giornata, quella giornata, non avrebbe saputo rispondere. Non c’era? Non fino in fondo, non al punto da sentire di esistere. Che se esistere voleva dire ex-sistere ‘stare fuori di sé’, relazionarsi, essere nell’altro, nutrirsi dell’altro, per tornare a sé, vivi, poteva ‘insistere’, cioè stare entro sé, solo se priva fosse, almeno per un po’, esistito. Non esisteva abbastanza. Non insisteva quasi mai.
Nel momento in cui la coscienza dell’assurdo aveva sostituito il mondo stesso, diventava impossibile legarsi ad alcunchè stabilmente, e tutto assumeva una connotazione transitoria. E proprio per questo non poteva neppure piangere, neppure incazzarsi, chè il pianto e l’incazzatura presuppongono comunque una posizione di valore, un porto in cui trovare quiete. E invece, schernito dalla vacuità, irridente come una iena, non nella volontà di distruggere, ma nell’impossibilità del costruire, che tutto era cedevole, nulla esente da contraddizione, mancava l’interezza. Distruggeva cose situazioni persone con un sì o con un no. Con un inarcato senso del contraddittorio polverizzava la bellezza che desiderava con una nostalgia nemmeno troppo segreta. E tutto questo non era maschera in senso sociale, non era reattività da mostrare per parere forte, : era piuttosto decostruzione totale, desoggettivazione compiuta, restava solo per lui la possibilità di essere una relazione con ciò che via via incontrava, l’adagio ‘je est un autre’: una pienezza originaria talora filtrava, la possibilità di un istante in cui poteva dire ‘sono qui’, e tutto era perfetto, pieno, respirava, si collocava nel qui ed ora. Uno stupore che era bontà lo possedeva allora, e tornava ad ammirare una geometria dell’attimo, una armonia diffusa che gli faceva sentire una posizione, quella in cui era, e un compito. Poteva essere molto buono, se solo avesse saputo sentirsi presente…
L’assenza lo portava alla violenza, alla profanazione. ‘Io non esisto sempre’, e intanto il tempo scorreva con una velocità impazzita. Si trovava a metà di un mese senza neanche accorgersene, da un lunedì all’altro, da un sabato all’altro. Ogni giorno segnava su una agenda persone e cose fatte, uno scheletrico segnavia. Se qualcuno gli avesse chiesto, e gliel’avrebbe chiesto, che cosa aveva fatto questa giornata, quella giornata, non avrebbe saputo rispondere. Non c’era? Non fino in fondo, non al punto da sentire di esistere. Che se esistere voleva dire ex-sistere ‘stare fuori di sé’, relazionarsi, essere nell’altro, nutrirsi dell’altro, per tornare a sé, vivi, poteva ‘insistere’, cioè stare entro sé, solo se priva fosse, almeno per un po’, esistito. Non esisteva abbastanza. Non insisteva quasi mai.
domenica 25 gennaio 2009
L'innocenza della strada
Ritrovo il piacere di una lettura notturna: Kerouac. Penso a quella che chiamava "L'innocenza della strada", e prima ancora dei suoi occhi. Occhi meravigliati, costantemente, del gioco del mondo che si svolge sempre dinnanzi a lui. Occhi entusiasti, gonfi di stupore, nel sentire costantemente ogni umano incontrato come una storia, come un plesso di vita, vita vissuta, intensa, autonoma, adulta, grande, forte. Incantamento, nel cogliere nel proprio prossimo sempre qualcosa di destinale, come già in un manifesta attaccato ad un albero o ad un traliccio, e sbiadito, non consunto dagli sguardi di pasanti invero affaccendati ed ignavi, bensì dallo scorrere dell'insensibile pioggia, dal meccanismo perfettamente oleato - e crudele - del tempo. Uno stupore che è bontà: tutto è bello così, il mondo ridiventa miracolo.
E ogni figura incontrata diventa un dono, una rivelazione che può essere fatta, che può condurre lontano, leggermi. In questo muoversi indistinto senza meta, ogni cosa viene letta senza uno scopo, ogni persona incontrata e poi lasciata,senza trattnerla; la mancanza di un fine rende possibile l'incontro con una maggiore purezza: la purezza di una parola che si può schiudere; che può riempire di commozione per il semplice fatto di esserci.
----------------------
"Adesso volevo dormire una giornata intera. Così andai all'YMCA per prendere una stanza; non ne avevano, e istintivamente vagai giù verso i binari ferroviari - e a Des Moines ce n'è un'infinità - e andai a finire in un malinconico vecchio albergo di terz'ordine accanto al deposito delle locomotive e passai una lunga giornata a dormire sopra un ampio letto bianco e duro e pulito con frasi sconce graffite sul muro accanto al mio guanciale e la malandata serranda gialla abbassata sopra il panorama fumoso dello scalo ferroviario. Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l'unico, chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero... Mi trovai lontano da casa, ossessionato e stanco del viaggio, in una misera camera d'albergo che non avevo mai vista, a sentire i sibili di vapore là fuori, e lo scricchiolare di vecchio legno della locanda, e dei passi al piano di sopra, e tutti quei suoni tristi; e guardavo l'alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Mi trovavo a metà strada attraverso l'America, alla linea divisoria fra l'Est della mia giovinezza e l'Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso."
Jack Kerouac, Sulla strada.
E ogni figura incontrata diventa un dono, una rivelazione che può essere fatta, che può condurre lontano, leggermi. In questo muoversi indistinto senza meta, ogni cosa viene letta senza uno scopo, ogni persona incontrata e poi lasciata,senza trattnerla; la mancanza di un fine rende possibile l'incontro con una maggiore purezza: la purezza di una parola che si può schiudere; che può riempire di commozione per il semplice fatto di esserci.
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"Adesso volevo dormire una giornata intera. Così andai all'YMCA per prendere una stanza; non ne avevano, e istintivamente vagai giù verso i binari ferroviari - e a Des Moines ce n'è un'infinità - e andai a finire in un malinconico vecchio albergo di terz'ordine accanto al deposito delle locomotive e passai una lunga giornata a dormire sopra un ampio letto bianco e duro e pulito con frasi sconce graffite sul muro accanto al mio guanciale e la malandata serranda gialla abbassata sopra il panorama fumoso dello scalo ferroviario. Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l'unico, chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero... Mi trovai lontano da casa, ossessionato e stanco del viaggio, in una misera camera d'albergo che non avevo mai vista, a sentire i sibili di vapore là fuori, e lo scricchiolare di vecchio legno della locanda, e dei passi al piano di sopra, e tutti quei suoni tristi; e guardavo l'alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Mi trovavo a metà strada attraverso l'America, alla linea divisoria fra l'Est della mia giovinezza e l'Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso."
Jack Kerouac, Sulla strada.
domenica 18 gennaio 2009
Sul concetto di rivelazione
Il concetto di rivelazione, nel senso che all'improvviso, con indicibile sicurezza e finezza, un qualcosa si fa visibile, udibile, un qualcosa che sconvolge e travolge, fin nel profondo, questo concetto descrive semplicemente il dato di fatto. Si ode, non si cerca; si prende, non si chiede a chi offre; come una folgore si accende un pensiero, per necessità, in una forma priva di tentennamenti - io non ho mai avuto scelta. Un entusiasmo la cui mostruosa tensione si scioglie in un fiume di lacrime nel quale il passo si fa involontariamente ora precipitoso, ora lento; un totale esser-fuori-di-sè con la coscienza più chiara di un numero infinito di brividi sottili e di irrigazioni fino alla punta dei piedi; una profondità di gioia nella quale il colmo del dolore e delle tenebre non agisce come contrasto, ma come voluto, come provocato, come un colore necessario all'interno di una tale sovrabbondanza di luce; un istinto di rapporti ritmici che si distende in ampi spazi di forme - la durata, il bisogno di un ritmo ampio e teso è quasi la misura della violenza dell'ispirazione, una sorta di elemento equilibratore rispetto alla sua pressione e tensione.. Tutto avviene in un modo assolutamente involontario, ma come in una tempesta di sentimenti di libertà, di indeterminatezza, di potenza, di divinità..
(F.Nietzsche, Ecce homo)
(F.Nietzsche, Ecce homo)
martedì 6 gennaio 2009
Morali
'Voglio portare loro un po' dei ravioli che ho appena fatto' (comportamento attivo: interamente decisa dal soggetto)
'Ma non ti rendi conto che se ne approfittano?' (comportamento reattivo: valuto il mio agire non in base a 'me stesso' ma a come si comporta l'altro. Il baricentro morale non è nel soggetto)
'Che cosa?'
'Si. Se ne approfittano. Tu glieli porti e loro non ti dicono quasi neanche grazie. ti fai prendere per il culo.' ('cattiva coscienza'?)
'Io non sono fatta così. Io se ho voglia di dare qualcosa a qualcuno glielo do e basta. Non sto neanche a guardare se mi da qualcosa in cambio.' (comportamento attivo: non si preoccupa della reciprocità, morale da signori)
'Io no. Loro non mi danno neanche un bicchiere d'acqua. E tu dovresti portargli i tuoi ravioli?' (Comportamento reattivo: morale da schiavi)
'Ma io non lo faccio neanche per loro, lo faccio per i bambini...'
'E non ti rendi neanche conto che in realtà se li mangiano loro e non li danno ai bambini!' ('cattiva coscienza')
'Ma quale madre potrebbe fare una cosa del genere?' (ingenuità?)
'Lei!'
'Io voglio sentirmi di poter donare una piccola cosa così...in serenità. Io sono generosa...quando vado in paese tutti fanno a gara a offrirmi un caffè...e non riesco mai a offrirglielo da quanto mi vogliono bene!' ('la virtù')
'Tu vivi nel mondo delle favole... guarda che la realtà va un po' diversamente.' ('il corso del mondo')
'Così facendo tu, poi alla fine non glieli porto neanche quei ravioli, piuttosto che fare liti...e poi sto male con me stessa.'
(vittoria della morale degli schiavi su quella da signori, cioè degli affetti reattivi su quelli attivi. 'Bisogna difendere i più forti dai più deboli'.)
'Ma non ti rendi conto che se ne approfittano?' (comportamento reattivo: valuto il mio agire non in base a 'me stesso' ma a come si comporta l'altro. Il baricentro morale non è nel soggetto)
'Che cosa?'
'Si. Se ne approfittano. Tu glieli porti e loro non ti dicono quasi neanche grazie. ti fai prendere per il culo.' ('cattiva coscienza'?)
'Io non sono fatta così. Io se ho voglia di dare qualcosa a qualcuno glielo do e basta. Non sto neanche a guardare se mi da qualcosa in cambio.' (comportamento attivo: non si preoccupa della reciprocità, morale da signori)
'Io no. Loro non mi danno neanche un bicchiere d'acqua. E tu dovresti portargli i tuoi ravioli?' (Comportamento reattivo: morale da schiavi)
'Ma io non lo faccio neanche per loro, lo faccio per i bambini...'
'E non ti rendi neanche conto che in realtà se li mangiano loro e non li danno ai bambini!' ('cattiva coscienza')
'Ma quale madre potrebbe fare una cosa del genere?' (ingenuità?)
'Lei!'
'Io voglio sentirmi di poter donare una piccola cosa così...in serenità. Io sono generosa...quando vado in paese tutti fanno a gara a offrirmi un caffè...e non riesco mai a offrirglielo da quanto mi vogliono bene!' ('la virtù')
'Tu vivi nel mondo delle favole... guarda che la realtà va un po' diversamente.' ('il corso del mondo')
'Così facendo tu, poi alla fine non glieli porto neanche quei ravioli, piuttosto che fare liti...e poi sto male con me stessa.'
(vittoria della morale degli schiavi su quella da signori, cioè degli affetti reattivi su quelli attivi. 'Bisogna difendere i più forti dai più deboli'.)
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