alcune tra le più (apparentemente?) diverse letture che ho fatto negli ultimi messi hanno un filo trasversale (forse accademicamente inaccettabile) che le legano:
- Nietzsche, inteso come osservazione capillare della 'morale' come fatto dell'uomo nella vita con gli altri (e, quindi, con se stesso come 'altro', come buona o cattiva coscienza), la morale intesa come spazio della relazione, di circuiti azione - reazione, sentimento - risentimento
-Berne, l'analisi transazionale di 'a che gioco giochiamo?' l'idea di una psicologia comportamentale della relazione, dove si leggono i comportamenti umani che legano due o più persone come 'ruoli' di un gioco, che, in quanto tale, si istituisce in quanto 'parti' e 'regole'
-Goffman, la vita quotidiana come rappresentazione ovvero la presentazione intersoggettiva del sè, il controllo delle impressioni offrite dal sè agli altri, la metafora della città come teatro con palcoscenico e dietro le quinte, la natura simbolica dell'interrelazione
-Hannerz, esplorando la città, ampio ripercorrimento della antropologia della vita urbana con delicatissimi passaggi di 'microsociologia' che osservano dinamiche estremamente pregne e minute, zoomano su una singola occasione d'incontro, di relazione (dalle taxi dance hall di cressey alle network analisi dei 'sei piani di separazione', alle relazioni di traffico di un supposto 'mondo di stranieri')
e, ovviamente, neanche troppo sullo sfondo, mai dimenticato,
-Buber, e l'affermazione della relazione come principio piuttosto che come fatto secondario, l'attenzione alla relazione e all'interumano come principale compito della 'filosofia'.
qui gli approcci sono multipli, e, lo ripeto, probabilmente inconciliabili, ma c'è qualcosa che vale la pena evidenziare: l'attenzione per l'interumano. E' su questo che credo valga, per me, la pena di lavorare...
martedì 14 aprile 2009
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