lunedì 30 marzo 2009

Due spunti

1

Si racconta che Platone volesse far capire una volta per tutte cosa fossero le stramaledette idee ai suoi scolari.
Disse quindi a tutti loro ‘disegnate un cavallo’. Questi lo disegnarono, ed alcuni erano scattanti, altri statici, alcuni erano bianchi, altri marroni, alcuni avevano il viso lungo e affilato, altri più tozzo…Ma tutti avevano quattro zampe, la criniera, la coda… queste caratteristiche accumunavano tutti i cavalli: erano, se vogliamo, indizi di cavallinità.
Ecco, allora, come nascono le idee! Quei tratti che ogni uomo, pensando a un determinato soggetto, non potrà rinunciare ad esprimere.
Proviamo a fare questo gioco. Diciamo i più svariati (s)oggetti e facciamoli disegnare a tante persone: cane, gatto, carro armato, caffettiera…
Tutti saranno diversi, ma ci saranno degli indispensabili tratti comuni: di qui, le idee…

p.s. e se le Idee fossero invece stereotipi? Se la concordia universale nel rappresentare un (s)oggetto implicasse piuttosto uno stereotipo?

2

Come facciamo a capire ogni volta che incontriamo quattro gambe con un piano orizzontale ed un ideale prolungamento delle due gambe posteriori che si tratta di una sedia? A riconoscere, quindi, una sedia?
Esistono gambe di legno, di plastica, di acciaio. Lo schienale può essere assente. Le gambe non è detto che siano quattro. Però, noi ci sediamo lo stesso…
Noi la riconosciamo come una sedia perché ci sediamo lo stesso…
Intuiamo la sedia perché percepiano la sedibilità, percepiamo che ‘quella cosa’ ci può essere utile per ‘farci sedere’, per farci poggiare, semplicemente, ma non banalmente, le chiappe.
È la sedibilità che fa la sedia, ovvero una sua proprietà costituitva fondamentale.
Noi riconosciamo una sedia perché intuiamo che quella cosa che incontriamo, anche se non ha le 4 gambe canoniche e lo schienale, può far si che ci sediamo…
In questo senso anche un tavolo può diventare sedia, se ci sediamo sopra…
Ma allora è tavolo o è sedia?
Se mi ci posso sedere sopra, è sedia… Se posso usare la sua superficie orizzontale per appoggiarci cose con cui interagire, è tavolo…
Eppure, il tavolo rimane tavolo, e la sedia rimane sedia…
Ma tu puoi dare ‘sedietà’ al tavolo e ‘tavolità’ alla sedia in ogni momento!

P.s. pensa alle associazioni di idee che partendo da qui si possono fare! In questo senso si può progettare un orinatoio a forma di tulipano, perché analoga è la funzione di raccoglimento della forma che un orinatoio deve avere e che un tulipano ha! Oppure, un apribottiglie a due braccia può essere un omino, e così via…
Proviamo a pensare solo alle proprietà degli oggetti… quasi ogni cosa potrà diventare quasi ogni cosa!

sabato 14 marzo 2009

Unintitled

…Diventò sempre più ironico. Poi più sarcastico. L’umorismo era la risposta ad un sapersi infelice troppo certo. Un tentativo di abitare lo spiacevole, o l’aggressività agonizzante di una bestia ferita? Ma non solo questo. Ogni cosa vacillava, si mostrava bucata. Sporadici conati di entusiasmo erano trafitti dalla paura d’Altri. Insensatezza promanava da praticamente tutto, ovvero, mancava una direzione, e quindi un senso, un sentire certo. Per questo non valeva la pena di soffrirne apertamente. Apertamente, sì, nel modo pieno e rotondo, per quanto dentato, di una fauce digrignante che tuttavia afferma ‘questo è l’oggetto della mia sofferenza’, e, quindi ‘a questo io tendo, questo avrei voluto, preteso, santificato’.
Nel momento in cui la coscienza dell’assurdo aveva sostituito il mondo stesso, diventava impossibile legarsi ad alcunchè stabilmente, e tutto assumeva una connotazione transitoria. E proprio per questo non poteva neppure piangere, neppure incazzarsi, chè il pianto e l’incazzatura presuppongono comunque una posizione di valore, un porto in cui trovare quiete. E invece, schernito dalla vacuità, irridente come una iena, non nella volontà di distruggere, ma nell’impossibilità del costruire, che tutto era cedevole, nulla esente da contraddizione, mancava l’interezza. Distruggeva cose situazioni persone con un sì o con un no. Con un inarcato senso del contraddittorio polverizzava la bellezza che desiderava con una nostalgia nemmeno troppo segreta. E tutto questo non era maschera in senso sociale, non era reattività da mostrare per parere forte, : era piuttosto decostruzione totale, desoggettivazione compiuta, restava solo per lui la possibilità di essere una relazione con ciò che via via incontrava, l’adagio ‘je est un autre’: una pienezza originaria talora filtrava, la possibilità di un istante in cui poteva dire ‘sono qui’, e tutto era perfetto, pieno, respirava, si collocava nel qui ed ora. Uno stupore che era bontà lo possedeva allora, e tornava ad ammirare una geometria dell’attimo, una armonia diffusa che gli faceva sentire una posizione, quella in cui era, e un compito. Poteva essere molto buono, se solo avesse saputo sentirsi presente…
L’assenza lo portava alla violenza, alla profanazione. ‘Io non esisto sempre’, e intanto il tempo scorreva con una velocità impazzita. Si trovava a metà di un mese senza neanche accorgersene, da un lunedì all’altro, da un sabato all’altro. Ogni giorno segnava su una agenda persone e cose fatte, uno scheletrico segnavia. Se qualcuno gli avesse chiesto, e gliel’avrebbe chiesto, che cosa aveva fatto questa giornata, quella giornata, non avrebbe saputo rispondere. Non c’era? Non fino in fondo, non al punto da sentire di esistere. Che se esistere voleva dire ex-sistere ‘stare fuori di sé’, relazionarsi, essere nell’altro, nutrirsi dell’altro, per tornare a sé, vivi, poteva ‘insistere’, cioè stare entro sé, solo se priva fosse, almeno per un po’, esistito. Non esisteva abbastanza. Non insisteva quasi mai.